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Mondiale 2026, ecco le 48 nazionali qualificate: Europa con 16 squadre, Italia assente
È ormai completo il quadro delle 48 nazionali qualificate alla Coppa del Mondo FIFA 2026, che si giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico. L’edizione sarà la prima con il nuovo formato allargato a 48 squadre e vedrà una distribuzione dei posti più ampia tra le diverse confederazioni. Tra le qualificate spicca però una grande assente: l’Italia, eliminata ai playoff dalla Bosnia ed Erzegovina e per la terza volta consecutiva fuori dal Mondiale.
Come sono distribuiti i posti
Con il nuovo format FIFA, i posti sono stati suddivisi così tra le confederazioni:
UEFA (Europa): 16 posti diretti
CAF (Africa): 9 posti diretti + 1 ai playoff
AFC (Asia): 8 posti diretti + 1 ai playoff
CONMEBOL (Sudamerica): 6 posti diretti + 1 ai playoff
CONCACAF (Nord e Centro America): 6 posti diretti + 2 ai playoff
OFC (Oceania): 1 posto diretto + 1 ai playoff
Le nazionali qualificate
Europa (UEFA) Austria, Belgio, Bosnia ed Erzegovina, Cechia, Croazia, Francia, Germania, Inghilterra, Norvegia, Olanda, Portogallo, Scozia, Spagna, Svezia, Svizzera, Turchia.
Africa (CAF) Algeria, Capo Verde, Costa d’Avorio, Egitto, Ghana, Marocco, Repubblica Democratica del Congo, Senegal, Sudafrica, Tunisia.
Asia (AFC) Australia, Iraq, Iran, Giappone, Giordania, Corea del Sud, Qatar, Arabia Saudita, Uzbekistan.
Sudamerica (CONMEBOL) Argentina, Brasile, Colombia, Ecuador, Paraguay, Uruguay.
Nord e Centro America (CONCACAF)
Canada, Messico, Stati Uniti, Curaçao, Haiti, Panama.
Oceania (OFC)
Nuova Zelanda.
Alcune qualificazioni storiche
Tra le squadre qualificate non mancano alcune storie particolarmente significative:
Capo Verde parteciperà per la prima volta nella sua storia al Mondiale.
Uzbekistan debutta nella competizione dopo anni di tentativi falliti.
Scozia e Norvegia tornano alla Coppa del Mondo dopo una lunga assenza dal 1998.
Repubblica Democratica del Congo rientra nel torneo dopo 52 anni, dall’edizione del 1974 quando partecipò con il nome di Zaire.
Iraq torna ai Mondiali dopo quarant’anni.
Tra le favorite non mancano le nazionali più prestigiose:
Argentina, campione del mondo in carica
Brasile, unica squadra presente in tutte le edizioni della Coppa del Mondo
Francia, finalista nel 2022
Spagna, campione del mondo nel 2010
Inghilterra, tra le squadre più solide degli ultimi anni
L’assenza che fa rumore
In un panorama mondiale sempre più competitivo, la notizia che continua a far discutere resta però una: l’Italia non ci sarà. Dopo le mancate qualificazioni a Russia 2018 e Qatar 2022, la sconfitta ai rigori contro la Bosnia ha condannato gli azzurri a un’altra clamorosa esclusione. Un’assenza pesante per una nazionale che resta quattro volte campione del mondo ma che non gioca una partita nella fase finale di un Mondiale dal 24 giugno 2014.
Tuanzebe manda il Congo al Mondiale: RD Congo qualificata dopo 52 anni
La Repubblica Democratica del Congo torna alla Coppa del Mondo dopo oltre mezzo secolo. La qualificazione al Mondiale 2026 è arrivata grazie alla vittoria per 1-0 dopo i tempi supplementari contro la Giamaica, nella finale del Torneo Play-Off disputata a Guadalajara. A decidere la sfida è stato il gol di Axel Tuanzebe al 100’, con il difensore che ha sfruttato al meglio un calcio d’angolo liberandosi della marcatura e segnando da pochi passi. Una rete che ha scatenato la festa dei Les Léopards, tornati alla fase finale mondiale per la prima volta dal 1974.
Una partita combattuta
La gara è stata equilibrata e ricca di occasioni. La Repubblica Democratica del Congo ha creato le opportunità più pericolose nel primo tempo, colpendo anche un palo con Meschack Elia, mentre il portiere giamaicano Andre Blake si è reso protagonista di diverse parate decisive. La Giamaica ha provato a rispondere soprattutto nella ripresa con Leon Bailey e Kasey Palmer, ma senza trovare il gol del vantaggio. Dopo lo 0-0 dei tempi regolamentari, la partita si è decisa nei supplementari con l’incornata vincente di Tuanzebe.
Ritorno storico dopo 52 anni
Per la Repubblica Democratica del Congo si tratta di una qualificazione storica. L’ultima partecipazione alla Coppa del Mondo risale al 1974, quando la nazionale partecipò al torneo con il nome di Zaire. Quell’edizione è rimasta nella storia anche per uno degli episodi più curiosi del calcio mondiale: la famosa “punizione al contrario” di Joseph Mwepu Ilunga contro il Brasile, gesto rimasto iconico e legato al clima politico dell’epoca. Oggi, oltre cinquant’anni dopo, il Congo torna sul palcoscenico mondiale con una nuova generazione di giocatori e un entusiasmo enorme.
Festa nazionale
La qualificazione ha scatenato celebrazioni in tutto il Paese. Il governo ha deciso di proclamare il 1° aprile giornata festiva retribuita, permettendo ai cittadini di festeggiare nelle strade l’impresa della nazionale. Sugli spalti del Mondiale 2026 non mancherà anche uno dei tifosi simbolo dei Les Léopards, Michel Kuka Mboladinga, conosciuto come Lumumba Vea, diventato celebre durante l’ultima Coppa d’Africa per la sua presenza immobile sugli spalti per tutti i 90 minuti delle partite.
Il girone del Mondiale
Nella fase finale del torneo la Repubblica Democratica del Congo sarà inserita nel Gruppo K, dove affronterà:
Colombia
Portogallo
Uzbekistan
Dopo 52 anni di attesa, il Congo torna finalmente sul palcoscenico più importante del calcio mondiale.
Dopo Gravina. si apre parte il toto-presidente per la corsa alla FIGC: da Malagò a Marotta, tutti i possibili candidati
La terza mancata qualificazione consecutiva dell’Italia ai Mondiali ha scatenato un vero terremoto nel calcio italiano. Nonostante il presidente della FIGC Gabriele Gravina abbia ribadito di non voler rassegnare subito le dimissioni, la sensazione è che il futuro della federazione possa presto cambiare. In attesa del prossimo consiglio federale, previsto dopo Pasqua, è già iniziato il toto-nomi per il possibile successore, come fa presente TuttoMercatoWeb.com
Malagò il favorito
Il candidato considerato più credibile è Giovanni Malagò. L’ex presidente del CONI (dal 2013 al 2025) ha alle spalle una lunghissima esperienza nel mondo sportivo e un profilo istituzionale molto forte. Classe 1959, Malagò è stato presidente del Circolo Canottieri Aniene, tra i dirigenti che hanno rilanciato gli Internazionali di tennis di Roma e una figura chiave nel percorso che ha portato alle Olimpiadi invernali Milano-Cortina 2026. Il suo nome è stato fatto pubblicamente anche dal presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis, e molti lo vedono come la figura capace di guidare una possibile rifondazione del sistema calcio. L’unico vero interrogativo riguarda i rapporti con il ministro dello Sport Andrea Abodi, un tempo molto stretti ma diventati più freddi negli ultimi anni.
L’ipotesi Abete
Un altro nome con grande esperienza federale è quello di Giancarlo Abete, già presidente della FIGC dal 2007 al 2014. Dopo il Mondiale in Brasile si dimise assumendosi la responsabilità del fallimento sportivo. Oggi guida la Lega Nazionale Serie D e resta una figura rispettata nel panorama calcistico italiano. I dubbi riguardano soprattutto l’età – 76 anni ad agosto – e il fatto che sia stato uno dei principali sostenitori dell’attuale dirigenza federale.
Marani e Mornati, i profili istituzionali
Tra le figure emergenti viene indicato anche Matteo Marani, giornalista e attuale presidente della Lega Pro. È considerato un dirigente giovane e con buoni rapporti trasversali, anche con il ministro Abodi. Tuttavia è stato rieletto da poco alla guida della Serie C e potrebbe non voler entrare subito nella complessa battaglia politica federale. Un’altra figura stimata è Carlo Mornati, segretario generale del CONI e dei Comitati Olimpici Europei. Il suo profilo tecnico è molto apprezzato, ma ha poca esperienza diretta nel mondo del calcio.
La suggestione Marotta
Tra i nomi più forti del calcio italiano spicca anche Beppe Marotta, attuale presidente dell’Inter e dirigente tra i più vincenti degli ultimi decenni. Il suo prestigio nel panorama calcistico lo renderebbe un candidato autorevole, ma la sua posizione nel club nerazzurro e i possibili conflitti d’interesse rendono l’ipotesi complicata.
Le piste romantiche: gli ex azzurri
Non manca infine la suggestione di affidare la federazione a ex grandi calciatori della Nazionale. Tra i nomi che circolano:
Alessandro Del Piero, già proposto in passato come candidato alternativo a Gravina
Roberto Baggio, autore anni fa di un progetto di riforma del calcio italiano
Paolo Maldini, figura molto rispettata nel panorama internazionale
Alessandro Costacurta, già vice commissario FIGC in passato
Demetrio Albertini, da tempo attivo nella politica sportiva
Per il momento si tratta solo di ipotesi, ma una cosa sembra certa: dopo l’ennesima esclusione mondiale, il futuro della FIGC è destinato a diventare uno dei temi centrali del calcio italiano nelle prossime settimane.
Galliani legge la crisi azzurra: “Il problema è più profondo, il calcio italiano è cambiato”
Niente processi sommari dopo il ko. Adriano Galliani ha commentato a Sky Sport il nuovo fallimento della Nazionale invitando a non trasformare l’amarezza in una reazione isterica. La delusione, ha spiegato, è inevitabile e condivisa da tutto il Paese, ma per l’ex dirigente non è questo il momento dei toni apocalittici. Nella sua lettura, il calcio resta uno sport fatto di cicli, con fasi esaltanti alternate ad altre decisamente più amare.
Il confronto con gli altri sport non basta
Galliani ha poi allargato il discorso al rendimento complessivo dello sport italiano, sottolineando come oggi altre discipline stiano vivendo una stagione più brillante rispetto al calcio. Ma fermarsi a questo confronto, nella sua visione, sarebbe riduttivo. Il punto vero è che il sistema calcistico italiano ha perso centralità e forza rispetto al passato.
Il campionato non è più quello degli anni d’oro
La riflessione più netta dell’ex AD di Milan e Monza riguarda proprio il livello attuale del nostro movimento. Secondo Galliani, il calcio italiano paga una trasformazione profonda rispetto agli anni Novanta, quando i successi dei club facevano da base naturale anche ai risultati della Nazionale. Oggi, invece, la Serie A non rappresenta più la destinazione finale dei grandi campioni, ma un campionato di passaggio, meno attrattivo e meno dominante rispetto al passato.
Pochi italiani, meno qualità, meno competitività
Nel ragionamento di Galliani pesa soprattutto un dato: la quota di giocatori selezionabili per la Nazionale presenti in Serie A è ormai molto ridotta. Un elemento che, a suo avviso, incide inevitabilmente sul livello dell’Italia. A questo si aggiunge un abbassamento generale della qualità del sistema, certificato anche dal confronto con l’epoca in cui i club italiani dominavano in Europa e occupavano stabilmente il centro del calcio internazionale.
I numeri del gioco confermano il calo
Galliani ha richiamato anche alcuni indicatori tecnici per spiegare la frenata del nostro calcio. Nella sua analisi, la Serie A viaggia a ritmi più bassi rispetto ad altri tornei europei, sia nella circolazione del pallone sia nell’intensità atletica. Un quadro che aiuta a capire perché il movimento faccia fatica a reggere il confronto ad alto livello.
Il ct da solo non può risolvere tutto
Uno dei concetti più chiari espressi da Galliani riguarda anche il ruolo del commissario tecnico. In Nazionale, ha ricordato, non si lavora da allenatore nel senso pieno del termine, ma da selezionatore, con tempi ridotti e margini minimi per incidere davvero. Per questo, secondo lui, sarebbe sbagliato scaricare tutto sull’uomo in panchina, senza tenere conto dei limiti strutturali del sistema.
Serve un’analisi ampia, non la caccia al colpevole
Il senso del suo intervento è proprio questo: la crisi non può essere spiegata cercando un unico responsabile. Per Galliani, il calcio italiano ha bisogno di una riflessione più estesa e più seria, capace di coinvolgere governance, campionato, formazione, intensità del gioco e qualità complessiva del movimento. Solo così, nella sua visione, si può capire davvero perché l’Italia si sia allontanata dai livelli che un tempo le appartenevano.
Crisi Nazionale, Abodi rompe gli indugi: pressione su Gravina per il cambio ai vertici FIGC
Il tracollo della Nazionale italiana continua a far discutere e apre una fase delicata anche fuori dal campo. Dopo l’ennesima mancata qualificazione al Mondiale, il dibattito si è spostato rapidamente sui vertici del calcio italiano, con una richiesta sempre più diffusa di cambiamento strutturale.
Abodi: il calcio è identità nazionale
A intervenire con decisione è stato il ministro per lo Sport e i Giovani, Andrea Abodi, che ha evidenziato come il calcio non sia soltanto una disciplina sportiva, ma un elemento profondamente radicato nella cultura del Paese. Proprio per questo motivo, la crisi attuale assume un significato ancora più rilevante, soprattutto per le nuove generazioni che non hanno ancora potuto vivere un Mondiale con l’Italia in campo.
La richiesta di discontinuità ai vertici FIGC
Pur riconoscendo l’impegno della squadra, Abodi ha indicato chiaramente la necessità di aprire un nuovo ciclo. Secondo il ministro, una rifondazione del sistema calcio non può prescindere da un cambiamento nella governance federale, con un messaggio indirizzato direttamente al presidente Gabriele Gravina.
Responsabilità e risposta alle polemiche
Nel suo intervento, il ministro ha anche respinto le critiche rivolte alle istituzioni, sottolineando come negli ultimi anni sia stato garantito un sostegno concreto allo sport italiano in tutte le sue componenti. In questo contesto, ha giudicato fuori luogo qualsiasi tentativo di attribuire ad altri le responsabilità del momento negativo, così come il ridimensionamento dei risultati ottenuti da discipline diverse dal calcio.
Rapporti tesi e clima sempre più acceso
Il rapporto tra Abodi e Gravina, già complicato da tempo, si è ulteriormente incrinato dopo le recenti dichiarazioni del presidente federale, che hanno generato malumori trasversali nel panorama sportivo. Le parole del ministro rappresentano quindi un ulteriore segnale di rottura istituzionale.
Quali scenari per il futuro
Al momento non ci sono indicazioni precise su eventuali sostituzioni o interventi immediati, ma l’ipotesi di misure straordinarie non è esclusa. L’obiettivo, secondo Abodi, deve essere quello di evitare nuovi errori e avviare un percorso credibile di rilancio.
Una crisi che coinvolge tutto il sistema
Il momento difficile della Nazionale si inserisce in un quadro più ampio, che riguarda l’intero movimento calcistico italiano. Le difficoltà emerse anche nelle competizioni europee confermano una perdita di competitività che impone riflessioni profonde e interventi strutturali.
Vent’anni senza un sorriso mondiale: dal 2006 al 2026 l’Italia smarrisce la sua tradizione
C’è stato un tempo in cui la Nazionale italiana era sinonimo di Mondiale. Un appuntamento quasi naturale, una presenza costante nel grande palcoscenico del calcio. Oggi invece la realtà racconta qualcosa di molto diverso: vent’anni senza un vero sorriso mondiale, dal trionfo di Berlino 2006 fino all’ennesima esclusione del 2026. Quella che nel 2017, con l’eliminazione nello spareggio contro la Svezia, sembrava una clamorosa eccezione si è trasformata nel tempo in una drammatica normalità.
Dal sogno di Berlino al buio
Il 9 luglio 2006, l’Italia di Marcello Lippi alzava la Coppa del Mondo battendo la Francia ai rigori nella finale di Berlino. Era il quarto titolo mondiale della storia azzurra e sembrava l’inizio di un nuovo ciclo.
In realtà fu l’ultimo grande capitolo di una tradizione che negli anni successivi si sarebbe progressivamente sgretolata.
2010 (Sudafrica): eliminazione ai gironi da campioni in carica.
2014 (Brasile): ancora fuori nella fase a gironi.
2018 (Russia): mancata qualificazione dopo il playoff perso con la Svezia.
2022 (Qatar): eliminazione nello spareggio contro la Macedonia del Nord.
2026: nuova beffa ai playoff, questa volta contro la Bosnia ed Erzegovina.
Il risultato è impressionante: tre Mondiali consecutivi saltati e l’ultima partita dell’Italia in una fase finale che risale al 24 giugno 2014.
Da eccezione a regola
Nel 2017 si parlò di incidente di percorso. Si puntò il dito contro il commissario tecnico Gian Piero Ventura, considerato il principale responsabile di una debacle inattesa. Negli anni successivi però la storia si è ripetuta, dimostrando che il problema era molto più profondo. Neppure il trionfo a Euro 2020 con Roberto Mancini, uno dei momenti più alti della storia recente del calcio italiano, è riuscito a invertire la rotta. Pochi mesi dopo quella vittoria, infatti, arrivò l’eliminazione contro la Macedonia del Nord che chiuse le porte del Mondiale in Qatar.
Una tradizione smarrita
Per decenni l’Italia è stata una delle nazionali più presenti e rispettate nei Mondiali. Dal 1934 al 2014, gli azzurri hanno mancato la qualificazione soltanto due volte: 1930 e 1958. Oggi invece l’assenza dalla Coppa del Mondo è diventata una costante. La sconfitta ai rigori contro la Bosnia a Zenica rappresenta l’ennesimo capitolo di una crisi profonda che coinvolge tutto il movimento calcistico italiano.
Una domanda senza risposta
La domanda che aleggia ora sul calcio italiano è inevitabile: quando tornerà l’Italia ai Mondiali? Per il momento non c’è una risposta chiara. Ci sono soltanto i ricordi di Berlino 2006 e la consapevolezza che, vent’anni dopo, quella notte appare sempre più lontana.
Gravina dopo l’eliminazione: “Il calcio è professionistico, gli altri sport dilettantistici”. Scoppia la polemica
La nuova esclusione dell’Italia dai Mondiali 2026, arrivata dopo la sconfitta ai rigori contro la Bosnia ed Erzegovina nella finale dei playoff, ha riaperto il dibattito sulla crisi del calcio italiano. A far discutere, però, non è stato solo il risultato del campo, ma anche le parole del presidente della FIGC Gabriele Gravina nella conferenza stampa post-partita. Il numero uno federale, intervenuto accanto al commissario tecnico Gennaro Gattuso e al capo delegazione Gianluigi Buffon, ha parlato di un momento difficile per il movimento, ma ha anche sottolineato come il calcio si trovi in una situazione diversa rispetto ad altri sport italiani.
“Il calcio è uno sport professionistico, gli altri sono sport dilettantistici - ha dichiarato Gravina -. I dilettanti possono adottare scelte e decisioni che nel mondo professionistico non sono possibili, ad esempio sull’impiego dei giovani nei tornei”. Il presidente federale ha poi citato anche alcune discipline che ricevono supporto diretto dallo Stato: “Ci sono sport che sono sport di Stato. Pensiamo allo sci: tolta Arianna Fontana, gli altri sono dipendenti dell’Italia”.
“Momento di crisi per tutto il movimento”
Nel suo intervento Gravina ha comunque riconosciuto il momento complicato che sta attraversando il calcio italiano, invitando a una riflessione più ampia che coinvolga anche la politica. “Sappiamo di essere in un momento di grande crisi generale - ha spiegato -. Serve una riflessione complessiva che non riguarda solo la FIGC ma anche le istituzioni. Spesso vedo accelerazioni soltanto quando si chiedono dimissioni”. Il presidente ha inoltre sottolineato come alcune normative rendano difficile intervenire con decisioni strutturali: “Ci sono regole e normative che impediscono di adottare certe scelte. Siamo ingessati”.
“La responsabilità è mia”
Nonostante il riferimento a fattori esterni, Gravina ha comunque ribadito di sentirsi responsabile per il momento della Nazionale. “La responsabilità oggettiva è mia, perché rappresento la Federazione - ha concluso -. Ma queste riflessioni non devono intaccare il grande lavoro e la dignità di chi in questi mesi ha profuso energie”.
Le sue parole, però, hanno immediatamente acceso il dibattito nel mondo sportivo e tra i tifosi, già scossi dall’ennesima mancata qualificazione mondiale degli azzurri.
Montella porta la Turchia al Mondiale: decisivo Akturkoglu contro il Kosovo
Per una Nazionale italiana ancora sotto shock dopo la terza eliminazione consecutiva ai playoff mondiali, c’è anche un pezzo d’Italia che festeggia. È quello rappresentato da Vincenzo Montella, che ha guidato la Turchia alla qualificazione per il Mondiale 2026. La nazionale turca ha conquistato il pass per la fase finale battendo 0-1 il Kosovo nella finale del percorso playoff. A decidere la gara è stato il gol di Kerem Akturkoglu a inizio secondo tempo, al termine di una partita combattuta ma controllata dalla squadra allenata dall’ex attaccante di Roma e Fiorentina. Per la Turchia si tratta della terza qualificazione alla Coppa del Mondo nella sua storia, dopo quelle del 1958 e del 2002. Un risultato che ha trasformato Montella in una sorta di eroe nazionale, celebrato da tifosi e media turchi.
Un filo rosso tra Italia e Turchia
Curiosamente, due delle tre qualificazioni mondiali della Turchia sono arrivate con un allenatore italiano in panchina. La prima volta nel 1958 con Sandro Puppo, poi nel 2002 con il ct turco Senol Gunes, fino alla qualificazione appena conquistata da Montella. L’ex tecnico di Milan e Siviglia ha scritto anche un altro primato: è infatti il primo allenatore straniero a portare la Turchia sia agli Europei sia al Mondiale.
Montella: “Sto vivendo emozioni incredibili”
Al termine della partita Montella non ha nascosto la propria emozione: “Sto provando emozioni incredibili, sto vivendo l’apice. Come allenatore straniero sono diventato il primo a partecipare sia all’Europeo sia al Mondiale con la Turchia. Non riesco a trovare le parole”. Il tecnico ha anche voluto elogiare i suoi giocatori: “Hanno lottato con incredibile tenacia e hanno sempre giocato con il cuore. Se il risultato non fosse stato quello sperato, mi sarei preso tutte le responsabilità”.
Il girone al Mondiale
Nella fase finale del Mondiale 2026, che si giocherà tra Stati Uniti, Canada e Messico, la Turchia sarà inserita nel Girone D insieme a:
Paraguay
Stati Uniti
Australia
Per il momento, però, in Turchia è tempo di festeggiare. Il paese celebra il ritorno alla Coppa del Mondo 24 anni dopo l’ultima partecipazione, con Montella ormai entrato di diritto nella storia del calcio turco.
Italia fuori dal Mondiale, danno anche economico: alla Figc sfumano circa 30 milioni
L’eliminazione dell’Italia dai playoff mondiali contro la Bosnia ed Erzegovina non rappresenta soltanto una delusione sportiva. La mancata qualificazione al Mondiale 2026 comporta anche un impatto economico pesante per la Figc, con circa 30 milioni di euro di ricavi che non entreranno nelle casse federali. La sfida di Zenica valeva infatti molto più del pass per la fase finale della competizione: in gioco c’era anche una parte significativa del bilancio della federazione.
Un impatto sul budget federale
Quando il consiglio federale ha approvato il budget 2026, il presidente Gabriele Gravina aveva già chiarito che la qualificazione al Mondiale avrebbe avuto un effetto molto positivo sui conti. Il bilancio preventivo era stato redatto senza considerare i ricavi legati alla partecipazione al torneo, proprio perché l’accesso alla competizione dipendeva dai playoff. Ora, con l’eliminazione, quei possibili introiti svaniscono. La Figc, tuttavia, adotta una gestione prudente: le spese vengono calibrate sui ricavi effettivi, quindi una riduzione delle entrate porterà anche a una diminuzione dei costi per mantenere l’equilibrio finanziario.
Il peso degli sponsor
Una parte importante dei mancati guadagni riguarda i contratti di sponsorizzazione. Molti accordi commerciali prevedono infatti clausole che riducono i compensi in caso di mancata qualificazione al Mondiale. Secondo le stime interne, queste penalità – i cosiddetti malus contrattuali – valgono circa 9,5 milioni di euro. Il settore commerciale della Nazionale, negli ultimi anni, è comunque cresciuto in maniera significativa. I ricavi medi da sponsor sono passati da circa 42 milioni annui nel quadriennio 2015-2018 a oltre 70 milioni nel ciclo iniziato nel 2023, con un picco di 81 milioni nel 2024. Tra i partner principali c’è Adidas, sponsor tecnico fino al 2030, che ha aumentato il compenso annuale rispetto al precedente accordo con Puma e garantito royalties più alte sulle vendite del merchandising.
Merchandising e nuovi accordi sfumati
L’assenza dal Mondiale incide anche su altri fronti commerciali. Tra vendite di merchandising inferiori alle attese e trattative con potenziali nuovi sponsor che difficilmente si concretizzeranno senza la vetrina iridata, la federazione stima di perdere circa altri 10 milioni di euro. La partecipazione al torneo negli Stati Uniti, Canada e Messico avrebbe rappresentato una grande occasione soprattutto sul mercato americano, considerato strategico per i partner commerciali.
Niente premi Fifa
A queste cifre si aggiungono i premi garantiti dalla FIFA alle nazionali qualificate. Solo per la partecipazione alla fase finale ogni federazione riceve circa 10,5 milioni di dollari, pari a circa 9 milioni di euro.
Il montepremi cresce poi con il passaggio dei turni:
circa 11 milioni di euro per chi supera la fase a gironi
14 milioni per gli ottavi
18 milioni per i quarti
fino a 45 milioni per la squadra campione del mondo.
Tutti introiti che, con l’eliminazione dell’Italia, non arriveranno. Un colpo per tutto il sistema
Negli ultimi anni la Nazionale è diventata il principale motore economico della Figc. Nel 2024, ad esempio, ha generato 134 milioni di ricavi su un fatturato federale complessivo di 224 milioni, pari a circa il 60% del totale. Ecco perché la terza mancata qualificazione consecutiva al Mondiale non è solo un problema sportivo: rappresenta anche un duro colpo per l’intero sistema calcistico italiano.
Incubo Italia: la Bosnia vince ai rigori, azzurri ancora fuori dal Mondiale
Un’altra notte amarissima per il calcio italiano. L’Italia perde ai calci di rigore contro la Bosnia ed Erzegovina nella finale dei playoff e dice addio ai Mondiali 2026. Dopo Russia 2018 e Qatar 2022, gli azzurri mancheranno la fase finale per la terza edizione consecutiva. La partita di Zenica si chiude 1-1 dopo 120 minuti, prima del verdetto dal dischetto che premia la Bosnia 5-2. Decisivi gli errori di Pio Esposito e Bryan Cristante, mentre i padroni di casa non sbagliano dagli undici metri.
Kean illude, poi cambia tutto
La squadra di Gennaro Gattuso, scesa in campo con lo stesso undici che aveva battuto l’Irlanda del Nord, parte bene e trova il vantaggio dopo un quarto d’ora. Un errore del portiere bosniaco Vasilj regala palla a Barella, che serve Moise Kean: l’attaccante controlla e dal limite lascia partire un tiro potente che batte l’estremo difensore avversario. Il gol sembra indirizzare la partita, ma la Bosnia reagisce con carattere e aumenta progressivamente la pressione sugli azzurri.
L’espulsione che cambia la partita
Prima dell’intervallo arriva l’episodio che cambia la gara. Al 42’ Bastoni commette fallo da ultimo uomo e viene espulso, lasciando l’Italia in inferiorità numerica per tutto il secondo tempo. Nella ripresa Gattuso ridisegna la squadra con un atteggiamento più prudente, inserendo Gatti e rinunciando a un attaccante per rafforzare la difesa. La Bosnia prende il controllo del gioco e costringe l’Italia nella propria metà campo. Dopo diversi interventi decisivi di Donnarumma, al 79’ arriva il pareggio con Haris Tabaković, che riporta la sfida in equilibrio.
Supplementari e rigori
Nei tempi supplementari la tensione sale ulteriormente. L’episodio più discusso arriva quando Muharemović ferma Palestra da ultimo uomo senza ricevere il cartellino rosso, una decisione che accende le proteste azzurre.
La partita si decide così ai calci di rigore.
Dal dischetto la Bosnia è perfetta, mentre per l’Italia pesano gli errori di Esposito e Cristante. Il penalty decisivo scatena la festa dei padroni di casa e sancisce l’eliminazione degli azzurri.
Un’altra pagina nera
Per il calcio italiano è l’ennesima delusione di un ciclo negativo iniziato nel 2017, con l’eliminazione contro la Svezia nello spareggio per Russia 2018.
Poi la sconfitta contro la Macedonia del Nord nel 2022 e ora l’uscita di scena contro la Bosnia. L’ultima partita dell’Italia in un Mondiale resta quella del 24 giugno 2014, contro l’Uruguay in Brasile. Da allora sono passati oltre undici anni senza che gli azzurri tornassero sul palcoscenico della competizione più importante del calcio.
Le altre qualificate
La Bosnia non è l’unica a festeggiare. Nei playoff europei staccano il pass per il Mondiale anche Repubblica Ceca, Svezia e Turchia, che completano il quadro delle ultime quattro nazionali UEFA qualificate alla rassegna del 2026.
Zenica, il fortino della Bosnia: capienza ridotta, clima caldo e stadio storico per la sfida all’Italia
La Bosnia ed Erzegovina ha scelto ancora una volta Zenica e il suo storico Bilino Polje per le partite più importanti della nazionale. Anche la finale dei playoff contro l’Italia si giocherà in questo impianto che, pur lontano dagli standard moderni degli stadi europei, rappresenta un vero e proprio fortino per la selezione bosniaca. Lo stadio, inaugurato nel 1972, si trova nel centro della città di Zenica, circa 120 mila abitanti nel cuore della Bosnia. Nel corso degli anni è stato ristrutturato più volte, ma conserva ancora un aspetto datato: gradoni vecchio stile, spazi stretti e strutture segnate dal tempo. Un contesto essenziale, quasi spartano, che contribuisce a creare un’atmosfera intensa e poco accogliente per le squadre ospiti.
Uno stadio piccolo ma molto rumoroso
In origine il Bilino Polje poteva ospitare circa 30 mila spettatori, ma con l’introduzione dei seggiolini e i successivi lavori di adeguamento la capienza è stata progressivamente ridotta fino agli attuali 13 mila posti. La federazione bosniaca ha scelto di giocare qui perché il fattore ambientale è considerato decisivo. Le tribune molto vicine al campo e l’acustica particolare amplificano il rumore del pubblico, trasformando anche un numero relativamente limitato di tifosi in una presenza molto rumorosa. Proprio questo clima ha convinto i dirigenti a preferire Zenica rispetto alla capitale Sarajevo o ad altre possibili sedi.
Settori chiusi e capienza ridotta
Per la partita contro l’Italia, tuttavia, lo stadio non sarà pieno. Dopo gli incidenti avvenuti durante Bosnia-Romania dello scorso novembre, la FIFA ha imposto alcune sanzioni alla federazione locale. Diversi settori resteranno chiusi, tra cui B, C e D della tribuna Sud e le prime tre file della tribuna Ovest. La punizione include anche una multa da 60 mila franchi svizzeri e una riduzione della capienza del 20%. Di conseguenza allo stadio potranno entrare circa 10.400 spettatori, con meno di mille posti riservati ai tifosi italiani.
Il fattore meteo
Oltre all’ambiente sugli spalti, c’è anche l’incognita del clima. Le previsioni indicano temperature attorno a 1-2 gradi, con la possibilità di pioggia o addirittura neve. Condizioni molto diverse rispetto a quelle trovate dagli azzurri a Bergamo nella semifinale contro l’Irlanda del Nord, giocata con temperature decisamente più miti.
I balconi sullo stadio
Il Bilino Polje è circondato da palazzi residenziali costruiti negli anni Settanta. Alcuni appartamenti hanno i balconi direttamente affacciati sul campo, trasformandosi in tribune improvvisate durante le partite della nazionale. Uno degli inquilini, Dino Mujanovic, ha raccontato di aver ricevuto offerte curiose per affittare il proprio balcone in occasione della partita contro l’Italia: tra le proposte arrivate ci sarebbero state auto, soldi, pellet per il riscaldamento e persino una tonnellata di patate. Nonostante le richieste, Mujanovic ha deciso di tenere il posto per sé e per la famiglia, come accade da sempre quando la Bosnia gioca nel suo stadio.
Un ambiente caldo per una partita decisiva
Tra capienza ridotta, tribune vicinissime al campo e un pubblico molto coinvolto, il Bilino Polje si prepara quindi a offrire un’atmosfera particolarmente intensa. Per l’Italia di Gennaro Gattuso, che si gioca l’accesso al Mondiale 2026, sarà una sfida non solo tecnica ma anche ambientale in uno degli stadi più particolari del calcio europeo.
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